Questo post, per alcuni, risultera’ lungo e noioso, per altri conterra’ troppi pregiudizi da non poter essere digerito agevolmente, altri ancora potrebbero gradilo. Semplicemente contiene dei miei punti di vista sulla questione del titolo, che ptorebbero essere considerati troppo radicali.
Tutto nasce da un commento del precedente post, dove si parlava di “ghetti”, “comunita’ italiana” e della parola chiave: “integrazione’. Ci sarebbe tantissimo da scrivere, e molto piu’ da leggere, sull’immigrazione e sull’integrazione dei migranti, quali noi siamo; io invece mi limitero’ a dire cose abbastanza semplici.
Concordo con la lettura del film Ratatouille fatta da Leonardo, talmente tanto che mi sento libero di citare:
Rémy è un migrante, come Fievel: ma se Fievel sbarca in America era l’epopea nostalgica degli emigranti europei negli USA, Ratatouille racconta l’emigrazione e l’inurbazione con tutta l’ambiguità dei problemi irrisolti di oggi. Gli emigranti hanno due vie (le hanno sempre
avute): o si ghettizzano, cristallizzando i costumi e i valori della società di provenienza e isolandosi in un mondo percepito come ostile, o si integrano. Ma integrarsi significa spezzare le radici, tradire la razza. Non ci riescono tutti, e nemmeno Rémy, che pure tratta i suoi simili veramente con la puzza sotto il naso. In Africa i tipi come Rémy li chiamano noir blanchi, neri imbiancati: eppure anche lui preferisce non tagliarsi del tutto i ponti alle spalle: nottetempo scivola nella dispensa del ristorante che lo ha accolto, e ruba un po’ di roba buona per il fratello. La cosa gli scappa naturalmente di mano, proprio come succede quando la tua famiglia esce dal medioevo e viene a bussare nel tuo superattico per chiederti un favore: il problema di Rémy è lo stesso problema di Michael Corleone, è il problema di tutti gli onorati membri
della società che hanno ancora qualche legame con le Famiglie.
Riepiloghiamo una cosa abbastanza vera, chi emigra ha due vie, o l’integrazione o l’isolamento e, eventualmente, la ghettizzazione. “Integrarsi significa spezzare le radici”, su questo c’e’ poco da fare. Ovviamente bisogna poi calare questo concetto abbastanza generico nella realta’ irlandese, o meglio dublinese. Facciamo dei distinguo perche’ nessuno si sognerebbe di paragonare Milano a Messina, per dire, ergo io non paragono Dublino al countryside, ne’ so come funziona altrove.
Integrarsi in un’altra cultura significa rigettare la propria, perche’ per calarsi completamente in un’altra cultura, come e’ quella nord-europea, o anglosassone o irlandese, gli strumenti culturali precedenti non servono assolutamente; e piu’ in particolare gli stranieri risentono di due cose in particolare: la lingua e il non essere nati li’. Mentre la lingua puo’ essere insegnata, con risultati piu’ o meno incoraggianti, l’essere nati qui non si puo’ superare,
esistono una serie di fatti culturali che vengono trasmessi nell’infanzia a tutti noi e questi, per vari motivi, non sono gli stessi. L’Italia e’ uno dei piu’ vividi esempi, dove molte persone, pur parlando la stessa lingua, vengono da posti che non hanno niente a che vedere tra di loro.
Integrarsi in Irlanda non significa andare al pub con gli irlandesi, perche’ capirai al pub, dopo qualche pinta, siamo tutti amici e il giorno dopo non ci cachiamo piu’; no non significa neanche uscire regolarmente con gli irlandesi, ne’ averli a cena. Un segno parziale di integrazione e’ quello di avere amici irlandesi, “amici” nel senso di persone di cui ci fidiamo, ed essere amici di irlandesi significa rientrare tra il circolo delle persone di cui loro si fidano.
Ma attenzione, stiamo parlando di segni, e il segno differisce dalla sostanza, il taglio sulla gamba non da nessuna indicazione del fatto che io sono caduto o che sono stato aggredito, esattamente come la langue non ha nessun rapporto con la parole.
Gli irlandesi, specie fuori Dublino (ma questo e’ un problema dell’urbanizzazione in se’, non necessariamente di Dub), sono particolarmente gentili e accoglienti, se vedono una persona in
difficolta’ l’aiutano e cosi’ via, ed e’ questo il motivo per cui tanta gente si innamora dell’Irlanda (al di la’ delle fate e i folletti). Ma come sopra, avere questo tipo di rapporti non significa integrarsi.
Andiamo al sodo e all’aspetto amaro, dopo un anno e passa qui, e parlando con un po’ di gente, posso affermare che l’Irlanda non si presta all’integrazione e la Celtic Tiger non ha fatto altro che acuire questo problema. Per molti siciliani esiste il siciliano, il continentale e il turco, contrassegnando con l’ultimo termine “coloro che vivono nella giungla”, per i sardi credo sia simile, per molti irlandesi l’Europa non e’ passata, esiste l’irlandese e il non-irlandese;
pensandoci e scrivendone credo sia un problema delle isole in se’.
Oltre questa distinzione non ci sono cazzi, l’immigrato puo’ integrarsi con quelli della sua nazione, con altri stranieri ma *difficilmente* con gli irlandesi; da questa distinzione voglio escludere le ragazze che stanno con gli irlandesi (e i ragazzi che stanno con gli irlandesi), hanno un rapporto sano e cosi’ via. E’ ovvio che una coppia multirazziale e’ un ibrido, qualcosa che si e’ sempre collocato in mezzo e, percio’, non puo’ essere classificata per bene; e’, ancora e di nuovo, ovvio che il figlio o la figlia che ne verra’ fuori sara’ integrato nella cultura in cui viene ospitata.
Di nuovo, l’integrazione e’ difficile da ottenere, integrazione non vuol dire parlare inglese con italiani anche se sei italiano, uscire al pub con stranieri o irlandesi, ma significa qualcosa di piu’ profondo. Mi rendo conto che un anno o due anni sono pochi per integrarsi, contemporaneamente lo stesso periodo di tempo e’ poco anche per costruire una “comunita’”, al massimo, ed e’ una buona cosa, si possono creare amicizie tra persone dello stesso ceppo linguistico.
Anche questo e’ un concetto generico, l’Irlanda, comunque, non fa altro che acuire queste differenze e tracciare solco tra irlandese e non-irlandese, tra persone del nord e persone del sud. E vi assicuro che a Dublino la differenza tra northsoid e southside e’ una cosa vera e
sentita, il Liffey separa due culture *totalmente* differenti. Ah, a parte quel fatto della lingua.
Fare delle cene tra italiani, come e’ stato scritto nei commenti in coda all’altro post, non significa ne’ ghettizzarsi ne’ rendersi conto di come procede la vita irlandese visto che per farlo e’ sufficiente comprarsi un giornale. Ugualmente, esistono tanti problemi a Dublino, ma
non direi che 1) ci sono comunita’ di un certo tipo 2) ci sono ghetti.
Ghetto vuol dire che persone di una stessa nazionalita’/razza si trovano nello stessa parte di una citta’ e sono isolati dal resto, qui gli italiani sono sparsi, i polacchi idem. Il fatto che esistano annunci su daft in polacco, polski sklep e cosi’ via non vuol dire che esiste una
comunita’ polacca, vuol semplicemente dire che i polacchi sono in maggioranza tra gli immigrati.
Comunita’ e’ una parola difficile, comunita’ vuol dire radicarsi nel territorio. Tra i tanti “immigrati” che conoscete quanti si vogliono radicare qui? Siamo seri.
Qui siamo quasi tutti turisti.
Cheers
-Il Direttore