Dublin, 3 years, 5 months, etc
Ultimamente sono stato abbastanza impegnato quindi ho ben poco da aggiornarvi, ogni tanto mi viene qualche pensiero filosofico, vorrei annotarlo ma poi non ce la faccio, al momento di scriverlo non mi viene in mente qualcosa che non abbia gia’ scritto; stavolta, pero’, ho deciso di scrivere comunque alcune cose di cui avevo gia’ parlato, facendolo presente nel blog.
Allora, ti alzi la mattina, giornata di sole, estate, non c’e’ un caldo asfissiante, si sta bene, in maglietta al fresco. A volte pensi che il freddo ti da fastidio e il caldo pure, probabilmente questo e’ il migliore tempo che ci sia, anche se gli irish dicono che e’ too hot. Esci, vai a lavoro, fai il tuo dovere per guadagnarti la pagnotta e stai in mezzo a gente che ti rispetta per quello che sai fare, dove l’anzianita’ o il livello di seniority non contano niente e ci si chiedono consigli a vicenda. Se il manager dice qualcosa di sbagliato puoi tranquillamente dirglielo, senza paura di ritorsioni o senza atteggiamenti isterici tipici in altri paesi.
Pensi che se c’e’ un problema viene approcciato solamente da un punto di vista ‘tecnico’, niente filosofia, niente simpatie, niente decisioni da chi e’ in alto solamente perche’ e’ in alto, ci sono i numeri a dimostare se una cosa va meglio di un’altra, che tipo di problemi da e se viene finita in tempo, c’e’ poco da discutere di fronte ai dati.
Pensi che in 3 anni e mezzo la tua carriera ha fatto un bel passo avanti e sebbene dall’Italia pensino che il tecnico sia un mestiere infimo e l’unico modo per essere ‘importante’ e’ gestire qualcuno, ti rendi conto che a lavoro nessuno pensa che fai un mestiere infimo e se che si impara a vicenda, anche chi e’ appena entrato e ha una posizione ‘junior’ ha qualcosa da insegnarci, ha il suo bagaglio di esperienze che porta con se’.
Poi esci, ti fai una passeggiata, giusto per prendere un poco d’aria, non hai bisogno di fare lo straordinario (possibilmente non pagato) per permetterti qualche cena al ristorante o persino per andare a comprarti il pane, fortunatamente e’ estate e alle sei del pomeriggio e’ ancora giorno, ti guardi intorno e ti rendi conto che questo e’ il posto in cui vivi da tre anni e mezzo, la pubblicita’ delle salsicciette diceva che home is where you make it, tu lo ripeti sempre nel blog ma non ti rendi conto della portata “storica” di queste affermazioni.
C’e’ chi e’ cittadino del mondo e pensa di poter andare a vivere da tutte le parti, c’e’ chi vive da tutte le parti e l’unica home ce l’ha a casa sua dai suoi genitori, c’e’ invece chi pensa che qui, almeno per il momento, non si sanno mai le cose della vita, ha una piccola casa. Niente di eccelso, oddio casa in affitto, un minimo di precarieta’, ma le grandi cose non si costruiscono in un giorno.
C’e’ un detto inglese che dice you only get out what you put in, niente capita per caso, sia ne lavoro che nella vita i risultati si vedono da quello che ci si mette dentro, ammesso che l’ambiente accetti lo sforzo, cosa che finora qui pare andare.
“Sembra facile”, direbbe mio padre, ma e’ difficile costruire qualcosa dove non c’e’ niente, quando ci sarebbe la mano tesa dall’altra parte, quando per qualsiasi cosa si potrebbe comprare in Italia, dove qualsiasi va da un pacco di pasta a un qualsiasi medicinale (che qui magari costerebbe meno) solo perche’ non si ha il coraggio di mettersi in gioco, paura di chissa’ cosa, in fondo di la’ e’ piu’ facile.
Bisogna tracciare una linea, io sto cercando di farlo, ammetto che non e’ facile; bisogna dire di qui o di li’ perche’ ad un certo punto nella vita bisogna essere capaci di schierarsi e non si puo’ essere sempre accondiscendenti o tacere di fronte alle stronzate, chiudere gli occhi nei confronti degli insulti al popolo che in fondo ti ospita e a cui tu dai qualcosa in cambio. I veniali direbbero che do in cambio le tasse, io spero di poter dare qualcosa in piu’ di un po’ di soldi che magari un paio di operai darebbero allo stesso modo.
Nessuno me l’ha mai prospettata facile, ok probabilmente non era neanche cosi’ difficile come certi uccelli del malaugurio pensavano prima che partissi, ma bisogna sforzarsi. Lo sforzo deve essere sempre qualcosa di attivo, un’attitudine a migliorare e migliorarsi, lo sforzo non puo’ essere mai sopportazione dell’esistente.
Passeggiavo, quindi, in thomas st e pensavo “guarda e’ la stessa cosa che vedo da un po’ di tempo”, o altre cose come “sono tre anni che vedo sempre la stessa cosa”, eppure per chi conosce Dublino Thomas st non e’ esattamente un posto bellissimo, eppure lo stato d’animo era quello, magari sarebbe stato lo stesso in qualsiasi altra strada di Dublino.
Sin dal primo giorno che stavo qui ho visto cose che non andavano, adesso penso agli inizi mi viene da ridere, eppure io stesso mi sento ancora agli inizi di questa avventura irlandese, non ho mai detto che sarei tornato dopo un anno, ho detto che questa era un’esperienza, magari sara’ una esperienza di 4, 5 o addirittura una lifelong experience, chi puo’ dirlo. Eppure, nelle cose che non andavano, anche nel peggio del peggio, con la gente che pisciava per strada a st stephen green alle otto di sabato sera (ai tempi) avevo sempre quel briciolo di ottimismo, quello che avevo perso in Italia.
Ogni tanto dei miei amici mi parlano dell’Italia, sai e’ successo questo, e’ successo quello, guarda Berlusconi che ha detto, io rispondo sempre che quel posto e’ allo sbando, che la gente che c’e’ li’ mi fa schifo e quella gente da un bel po’ di anni ha quello che si merita: declino continuo e senza fine. Ok Berlusconi oggi ha pisciato sul muro e la gente si e’ indignata, buon per loro, c’e’ a chi piace a chi non piace, io preferisco guardarmi i giornali irlandesi anche se, purtroppo, ancora non sono riuscito ad estirpare l’abitudine di consultare corriere.it o repubblica.it, il giorno in cui ce la faro’ potro’ dire di aver fatto un passo avanti.
So che questo post sembra la solita invettiva contro l’Italia, ma io ho cercato di metterci qualcosa riguardo l’Irlanda, qualcosa che possa rappresentare la situazione in cui mi trovo, quell’attimo di pace che ho raggiunto e che vorrei tenere ancora un po’. A volte, lo so e me ne pento, il mio istinto didascalico vorrebbe che anche gli altri scoprissero qualcosa di bello in questo posto, eppure sono costretto, molte volte, a perdere la speranza e archiviare, a mettere da parte.
Antonio, ci sono cose che vanno coltivate; io lo so cosa c’e’ da coltivare: e’ la terra in cui si vive, se sto in campagna il pranzo non vado a prenderlo rubando dagli alberi altrui, ne’ me lo faccio portare dall’orto dei miei genitori. Cerco di dare due colpi di zappa (nella realta’ e’ dura eh) e coltivare qualcosa, all’inizio sara’ difficile, quel cazzo di pomodoro che non piglia, la grandine che ti devasta tutto, ma una volta che i primi arbusti partono e cominciano ad essere piu’ resistenti si vedono i primi frutti. Magari non sono belli come quelli del vicino, forse potevo andare a prenderli da lui, eppure ci si impegna, qualcosa ne verra’ fuori. C’e’ chi si impegna a coltivare, sul serio, e chi raccoglie e basta; un giorno chi raccoglie pensera’ anche che sara’ il caso di coltivare, visto che prima o poi bisognera’ essere autonomi, e a quel punto si trovera’ attorno solo terra arida e dura, e vi garantisco a zappare per la prima volta ci si fa un bucio di culo assurdo.
Forse era meglio andare al supermercato.
Nella foto: il direttore raccoglie ispirazioni per il suo prossimo post

Cheers
Antonio